03 Dic Cento, il Guercino e la maglia che racconta chi siamo davvero
Quando una maglia racconta una città
Ci sono momenti in cui un paese capisce di essere più grande della sua geografia. Più grande dei suoi 40 mila abitanti, più grande dei confini che per abitudine continuiamo a ripetere — “l’Alto Ferrarese”, “una piccola città”, “un territorio di provincia”. Lunedì sera, guardando la nuova maglia della Benedetto XIV, Cento ha fatto proprio questo: ha visto se stessa da fuori. E per un attimo si è riconosciuta.
Perché non era (solo) una maglia. Era un messaggio. Una dichiarazione d’identità. Un modo nuovo di raccontare che cosa significa essere centesi oggi: vivere in un luogo che ha un personaggio simbolo — il Guercino — capace di parlare al mondo con una forza che noi, spesso, dimentichiamo.
Eppure il Guercino non ha mai smesso di essere internazionale. Siamo noi, semmai, che a volte abbiamo perso il filo. Abbiamo dato per scontato che “qui c’è il Guercino”, come se fosse un soprammobile di lusso da spolverare a Pasqua e riaprire quando capita. Ma la verità è un’altra: attorno a questa figura, Cento ha un capitale culturale enorme, fortissimo, esportabile. E lunedì sera qualcuno ha deciso di farlo uscire dalla porta e metterlo in campo, letteralmente.
Va detto, per onestà storica, che non è la prima volta che il Guercino finisce su una maglia sportiva: qualche mese fa lo aveva fatto anche la Centese Calcio. Ma è indubbio che il palcoscenico della Benedetto sia infinitamente più ampio. La Serie A2 viaggia, si muove, racconta. E ogni trasferta diventa uno spazio narrativo in cui Cento può finalmente uscire dalla nicchia culturale e mostrarsi con orgoglio.
La Benedetto, attraverso il progetto “360”, ha fatto un gesto che in realtà va molto oltre la pallacanestro: ha scelto di trasformare un patrimonio artistico in un patrimonio identitario. Ha preso il Guercino e lo ha rimesso al centro del discorso pubblico, questo sì, ma soprattutto lo ha rimesso al centro delle comunità che incontrerà durante il campionato. Verona, Udine, Avellino, la Riviera: ovunque la Benedetto scenderà in campo, quella maglia dirà “noi siamo Cento”. E Cento, per la prima volta da anni, avrà un megafono nazionale che non parla solo di sport ma racconta una storia.

Il Guercino che torna al centro dell’identità centese
Ed è qui il punto: il valore culturale di ciò che abbiamo visto non sta nel risultato sul parquet, ma nell’immaginario. Nel cambio di passo. Nell’idea — finalmente concreta — che sport e cultura non sono due mondi lontani, ma due modi complementari di far circolare il nome di una città.
Un club sportivo che decide di diventare ambasciatore culturale non è cosa di tutti i giorni. Ma è perfettamente logico: il pubblico della Benedetto è popolare, giovane, trasversale. Molti tifosi non sono mai entrati in Pinacoteca o in San Lorenzo. Molti non hanno mai visto da vicino un Guercino. Eppure ora saranno loro i primi a raccontarlo agli altri, perché se una cosa te la senti addosso — e una maglia letteralmente lo fa — cambia tutto.
Questa operazione dà un segnale che Cento aveva bisogno di risentire: noi valiamo. Abbiamo una storia che parla più forte del rumore di fondo, più forte della sfiducia, più forte di quei riflessi provinciali che ogni tanto ci impediscono di alzare lo sguardo. E lo dice attraverso il suo figlio più famoso, quello che ancora oggi campeggia nelle sale dei più grandi musei del mondo. Non è un dettaglio, non è un vezzo estetico messo sulla pancia della maglia: è un atto di consapevolezza collettiva.
E poi c’è un dettaglio che sembra piccolo, ma non lo è affatto: la società ha messo in vendita maglie, felpe e merchandising ufficiale con lo stesso simbolo e con la scritta Cento in oro. Un gesto semplice, ma potentissimo. Perché quel logo non è pensato solo per i tifosi — anzi, parla a tutti i centesi. È un orgoglio che si può indossare, anche se non hai mai tirato un tiro libero o non sai cos’è un pick and roll. Io stesso, che non vesto colori sportivi da una vita, appena finita la conferenza ne ho ordinate una e una felpa, da portare in viaggio, in città, ovunque. Perché quel “Cento” dorato dice una cosa molto chiara: appartenenza.
Perché, diciamocelo, Cento è una città che spesso ha fatto fatica a riconoscere la potenza di ciò che possiede. La riapertura della Pinacoteca, San Lorenzo, la mostra Diavolerie, la rinascita del centro… sono tutti segnali di un territorio che ha ricominciato a prendersi sul serio. Ora aggiungiamo anche una squadra di basket di Serie A2 che porta un Guercino in panchina, negli spogliatoi, sulle maglie e nelle telecamere delle avversarie.
Questa è cultura in movimento. Cultura che viaggia. Cultura che si racconta da sola.

Un orgoglio che si può indossare
Cento non aveva bisogno dell’ennesima cerimonia istituzionale: aveva bisogno di un gesto simbolico, forte, contemporaneo. E lunedì sera lo ha avuto. La maglia passerà, come passano tutti gli oggetti. Ma l’idea resterà: il nostro personaggio più grande ci rappresenta ancora, e lo farà ogni volta che un tifoso, in qualsiasi città italiana, vedrà quell’immagine e chiederà: “Che cos’è? Perché ce l’avete sulla maglia?”.
E lì si aprirà il cerchio, proprio come dice il progetto 360. Un cerchio di identità, conoscenza, orgoglio.
Cento è pronta a raccontarsi di nuovo. E questa volta, lo farà guardando il mondo negli occhi.