Carnevale di Cento 2026 – Dentro la cartapesta (2) : La rivoluzione di Tono D’Arliano e dei Pardini

Si è conclusa la terza sfilata dell’edizione 2026 del Carnevale di Cento.
In settimana si è ufficialmente aperto il dibattito sulla classifica che, fra meno di dieci giorni, decreterà il vincitore.

La competizione, nel Carnevale, è da sempre il sale. Forse anche il pepe. A volte persino il peperoncino. È la leva che, nella storia, ha spinto i maestri a superare i limiti tecnici del proprio tempo, a cercare soluzioni nuove, a reinventare materiali e strutture.

Non solo a Cento. Anche a Viareggio la voglia di trionfare ha generato alcune delle più grandi rivoluzioni costruttive del Novecento.

Il 1924 e il carro che fece cantare la Versilia

Il Carnevale di Viareggio del 1924 si concluse con il trionfo di Raffaello Tolomei e del suo carro Un sogno dopo un’orgia carnevalesca.

Un’opera che in Versilia viene ricordata ancora oggi, forse più per la sua celebre canzone — “Andasti o giovinastro al gran veglione” — che per la costruzione stessa. Segno che, già allora, il Carnevale non era soltanto tecnica e struttura, ma anche musica, ironia, cultura popolare.

Ma proprio in quell’atmosfera di fermento, un giovane costruttore sta maturando un’intuizione destinata a cambiare per sempre la storia della manifestazione.

Il giovane Tono

Antonio D’Arliano, per tutti Tono, era nato a Viareggio nel 1899, figlio di una famiglia legata al mare. Da ragazzo naviga, poi sceglie l’arte: frequenta l’Istituto d’Arte, si appassiona alla pittura, decora soffitti e pareti delle case dei benestanti viareggini.

La pittura resterà la sua grande passione per tutta la vita. Si spegnerà nel 1992, quasi centenario, nella sua Viareggio, circondato dai suoi dipinti di velieri, navi e mareggiate.

Ma la sua rivoluzione non avverrà su tela. Avverrà sui carri.

Prima della carta a calco

Fino alla metà degli anni Venti, le maschere carnevalesche erano realizzate prevalentemente in creta, argilla e scagliola. Materiali semplici da modellare ma estremamente pesanti, fragili e difficili da movimentare.

I carri erano strutture in legno e ferro, spesso costruite da fabbri e falegnami provenienti dai cantieri navali viareggini. Le figure allegoriche, però, erano statiche. Il loro peso imponente impediva grandi ambizioni meccaniche. Il limite era evidente.

L’intuizione del 1925

Nel 1925 Tono D’Arliano presenta I tre cavalieri del Carnevale, una gigantesca costruzione allegorica che rappresenta tre giovani alle prese con gli effetti dell’alcol.

Non è solo il tema a colpire. È la tecnica.

D’Arliano introduce la tecnica della carta a calco, quella che oggi impropriamente chiamiamo cartapesta.

Il procedimento è innovativo: prima si modella la scultura in creta, poi si realizza uno stampo in gesso (il “negativo” della forma). All’interno dello stampo si adagiano numerosi strati di carta di giornale, incrociati e spennellati con colla ottenuta mescolando acqua e farina. Ogni strato viene “calcato”, premuto contro lo stampo per compattarlo.

Quando l’acqua evapora, si ottiene una stampata: una struttura rigida, resistente quasi quanto il legno, ma incredibilmente leggera.

È una rivoluzione. Il carro vince il primo premio e segna un punto di non ritorno nella storia del Carnevale di Viareggio.

La sfida con i Pardini

La novità non passa inosservata. Tra i primi a comprendere la portata della carta a calco ci sono i Fratelli Pardini, protagonisti di una lunga stagione di competizione artistica con D’Arliano.

Per decenni la sfida tra Tono e i Pardini alimenterà l’evoluzione tecnica del Carnevale, spingendo verso costruzioni sempre più grandi, leggere e capaci di movimento.

D’Arliano arriverà a conquistare tredici primi premi. Alfredo Pardini — in alcuni casi insieme al fratello Michele — raggiungerà lo stesso traguardo. Numeri che raccontano meglio di qualsiasi commento l’intensità di quella stagione irripetibile.

Il ritiro e l’eredità

Dalla fine degli anni Sessanta D’Arliano si ritira progressivamente dal Carnevale, dedicandosi alla pittura. Poco dopo anche Alfredo Pardini smetterà di costruire carri.

Ma la loro eredità tecnica rimane.
La carta a calco diventa lo standard della costruzione carnevalesca del Novecento e definisce ciò che ancora oggi, nel linguaggio comune, continuiamo a chiamare cartapesta.

E allora perché “cartapesta”?

Se la tecnica principale è la carta a calco, perché continuiamo a parlare di cartapesta?
È solo un’abitudine linguistica? Una semplificazione? O c’è qualcosa di più profondo dietro questa definizione?