13 Feb Elisabetta Giberti, oltre la politica: a Renazzo una serata per capire davvero le neurodivergenze
Chi conosce Elisabetta Giberti la identifica, quasi istintivamente, con l’attività politica. Il primo mandato in Consiglio comunale è stato segnato dalle battaglie sulla gestione dei rifiuti e sulle criticità legate a Clara. Anche oggi, da capogruppo di Orgoglio Centese, il suo ruolo pubblico resta forte e riconoscibile.
Ma negli ultimi anni c’è un fronte che ha caratterizzato in modo ancora più marcato il suo impegno: quello delle fragilità e delle disabilità, in particolare nei ragazzi. Un tema che, su alcuni passaggi, l’ha persino avvicinata all’amministrazione, contribuendo a percorsi come quello che ha portato Cento a diventare “Città Blu”.
L’altra sera, però, niente Consiglio comunale.
Alla sede di Renazzo Soccorso è andato in scena un incontro rivolto agli adulti. Ed è proprio qui che sta uno dei punti centrali: le neurodivergenze non sono solo una questione che riguarda i ragazzi, ma soprattutto gli adulti che devono imparare a riconoscerle, comprenderle e gestirle.
Giberti, educatore professionale con formazione cognitivo-comportamentale e in percorso di specializzazione in psicologia comportamentale, ha costruito la serata su un obiettivo preciso: fare chiarezza.
Ha spiegato cosa significa davvero “neurodivergenza”, distinguendola dalla disabilità. Ha ricordato che non si tratta di diagnosi “di moda”, ma di condizioni riconosciute attraverso strumenti standardizzati e scientificamente validati. Ha parlato di DSA (dislessia, disgrafia, disortografia, discalculia), di ADHD, di spettro autistico, chiarendo che si tratta di modalità diverse di funzionamento del cervello, con fragilità ma anche punti di forza.
Uno dei passaggi più forti ha riguardato la frustrazione scolastica: bambini con quoziente intellettivo nella norma o superiore che vengono percepiti come svogliati, quando in realtà affrontano una fatica reale, quotidiana e invisibile. La lettura per un dislessico, ha ricordato, può essere uno sforzo enorme. L’iperattività non è semplicemente “non stare fermo”, ma un funzionamento neurobiologico diverso.
Ampio spazio è stato dedicato alla dimensione sensoriale: non solo vista, udito, tatto, ma anche equilibrio, propriocezione, percezione interna del corpo. Un sovraccarico di stimoli – rumori, luci, odori, contatti – può generare reazioni che dall’esterno sembrano “capricci” o maleducazione, ma che in realtà sono risposte di difesa.
E poi gli strumenti pratici. Routine visuali, anticipazioni, immagini, ambienti più leggibili, percorsi graduali di desensibilizzazione. È stato raccontato l’esempio concreto di un bambino che non tollerava il rumore della macchinetta del barbiere: settimane di piccoli passi, prove progressive, collaborazione tra famiglia e professionisti, fino a rendere possibile ciò che sembrava impossibile.
Il concetto chiave è stato ripetuto più volte: “Ci vuole una comunità”.
Scuole, negozi, associazioni, ambulatori, spazi pubblici possono diventare contesti più accoglienti con piccoli accorgimenti: momenti dedicati, spazi prevedibili, personale informato.
Nella parte finale, lo sguardo si è allargato ai servizi territoriali e alle disomogeneità esistenti. Inclusione non significa solo buone intenzioni, ma progettazione: dagli spazi pubblici (anche cose apparentemente semplici come un parco davvero recintato) ai percorsi di autonomia, lavoro e vita adulta.
Il punto, forse, è tutto qui: l’inclusione non è uno slogan. È fatica, competenza, continuità.
E in una città che spesso discute di temi divisivi, una serata dedicata a formare gli adulti su come riconoscere e accompagnare le fragilità è un segnale che merita attenzione.
Perché prima ancora delle leggi e delle mozioni, l’inclusione passa dallo sguardo.