Carnevale di Cento – Dentro la cartapesta: storia, tecnica e falsi miti dei carri allegorici

Il Carnevale di Cento è ufficialmente cominciato anche nel 2026 e, come ogni anno, abbiamo già potuto ammirare il frutto di dodici mesi di lavoro delle associazioni carnevalesche. La comunità, puntualmente, inizia a dividersi: c’è chi preferisce un carro, chi un altro, chi apprezza una scelta stilistica e chi ne critica un’altra.
Noi, invece, scegliamo di fare un passo di lato e guardare più da vicino come nasce davvero un carro di Carnevale.

Forse non tutti sanno che quando diciamo che una maschera è “fatta di cartapesta”, in realtà stiamo semplificando – e in parte dicendo un’inesattezza. Prima di entrare nel dettaglio, però, è necessario chiarire un punto: da almeno un decennio, a Cento come in altri grandi carnevali italiani, è aperto un dibattito acceso tra chi difende le tecniche tradizionali e chi esplora materiali e soluzioni costruttive nuove.

Negli ultimi anni abbiamo letto dichiarazioni orgogliose di rappresentanti delle società carnevalesche che rivendicano la scelta di carri “interamente in cartapesta”, contrapposti ad altri che utilizzano materiali come il polistirolo. Ma la realtà è più complessa – e, forse, più interessante.

La pelle è sempre cartapesta

La verità è che tutti i carri del Carnevale di Cento sono rivestiti di cartapesta. Senza eccezioni.
Ciò che cambia non è la “pelle” delle maschere, ma la loro struttura interna.

Per intenderci: se stessimo parlando di un corpo umano, il dibattito riguarderebbe muscoli, ossa e tessuti connettivi, non la pelle. Quella, per tutte le maschere che sfilano a Cento anche nel 2026, è realizzata con la medesima tecnica: la laminazione della carta, comunemente chiamata cartapesta.

Un’origine antichissima

Sala egiziana del museo di bologna

Sala egiziana del museo di bologna

Ma da dove arriva questa tecnica?
La cartapesta è molto più antica di quanto si immagini.

Qualche giorno fa, visitando la sala dedicata all’Antico Egitto del Museo Archeologico di Bologna, emerge una scoperta sorprendente: già diversi secoli prima della nascita di Cristo, gli Egizi utilizzavano una tecnica estremamente simile a quella che oggi definiremmo cartapesta.

Mentre faraoni e funzionari di alto rango venivano sepolti in sarcofagi lignei finemente scolpiti, la maggior parte della popolazione che poteva permettersi un rito funebre “dignitoso” seguiva un’altra strada.
Dopo la mummificazione, il corpo veniva avvolto in numerosi strati di una lega composta da fogli di papiro, acqua e gesso, modellata direttamente sulla salma. Il risultato era un involucro leggero, resistente e plasmabile: il cosiddetto cartonnage, ovvero carta laminata.

Il principio è esattamente lo stesso che, con materiali diversi, continua ancora oggi a essere utilizzato per rivestire le maschere del Carnevale di Cento.

Va però precisato che alcune fonti fanno risalire l’uso strutturato della carta laminata ancora più avanti nel tempo, all’antica Cina, secoli dopo la nascita di Cristo, dove la carta venne impiegata per la realizzazione di oggetti modellati e leggeri.
La diffusione in Europa, invece, è generalmente collocata tra il Medioevo e il pieno Rinascimento, a partire circa dal X secolo, inizialmente per oggetti devozionali, sculture e apparati effimeri.

Eppure, se si guarda al principio tecnico puro – carta sovrapposta, legante, modellazione – è difficile non riconoscere che gli antichi Egizi furono tra i primi a sperimentare una forma embrionale di ciò che oggi chiamiamo cartapesta.

Carta, colla e manualità

Oggi il papiro è stato sostituito dalla carta da giornale, e il gesso quasi sempre dalla colla di farina, ottenuta mescolando acqua e farina fino a creare un composto adesivo.
Il procedimento, però, resta sostanzialmente identico: strato dopo strato, la carta viene laminata, asciugata e modellata fino a creare una superficie continua, resistente e pronta per la pittura.

Ma è davvero “cartapesta”?

Resta allora una domanda, tutt’altro che banale:
è corretto chiamare cartapesta quell’insieme di laminazioni di carta da giornale legate dalla colla di farina?

La risposta non è scontata e ci porta dritti nel cuore della grande rivoluzione novecentesca dei carri allegorici. Una rivoluzione che ha cambiato per sempre il modo di costruire, pensare e raccontare il Carnevale.

Ve lo racconteremo nel prossimo episodio, quando parleremo di alcuni dei più grandi maestri carnevalai del secolo scorso: Tono D’Arliano e i Fratelli Pardini, protagonisti assoluti della scuola di Viareggio, capaci di ridefinire materiali, strutture e linguaggi del Carnevale moderno.