03 Feb Il 3 febbraio tra fede, storia e identità centese
Oggi, 3 febbraio, Cento celebra San Biagio, santo patrono della città e figura profondamente legata alla sua storia religiosa e civile. Una ricorrenza che affonda le radici in un culto antichissimo, nato ben prima della costruzione della chiesa a lui dedicata e che nel tempo è diventato uno dei pilastri dell’identità centese.
Il cuore di questa devozione è la Basilica di San Biagio, le cui origini risalgono al 1045. La presenza di un edificio sacro così antico testimonia come il culto di San Biagio fosse già fortemente radicato nella comunità locale in epoca medievale, rendendo la basilica non solo un luogo di preghiera, ma un vero punto di riferimento per la vita della città. La sua fama di difensore contro i mali della gola nasce da un episodio leggendario: mentre veniva condotto al martirio, una madre gli affidò il figlio che stava soffocando per una lisca di pesce incastrata in gola. San Biagio lo benedisse e il bambino guarì all’istante. Da questo racconto deriva la benedizione della gola che ancora oggi, il 3 febbraio, viene impartita con due candele incrociate davanti al collo dei fedeli, un gesto semplice ma profondamente simbolico.
Il martirio del santo fu particolarmente crudele. Prima di essere decapitato, venne torturato con pettini di ferro utilizzati per cardare la lana. Proprio per questo, San Biagio è diventato il patrono dei cardatori e dei tessitori, e il pettine di ferro è uno dei suoi attributi iconografici più riconoscibili, spesso raffigurato nelle immagini sacre.
Prima di diventare vescovo di Sebaste, San Biagio era un medico stimato. Durante il periodo di eremitaggio, secondo la tradizione, curava non solo le persone ma anche gli animali selvatici, che gli si avvicinavano senza timore. Una leggenda racconta che un lupo, dopo aver rubato un maiale a una povera vedova, lo restituì vivo proprio per intercessione del santo. Da qui nasce anche il suo ruolo di protettore degli animali e delle attività agricole.
La devozione a San Biagio assume forme curiose e diverse in tutta Italia. A Milano, il 3 febbraio è tradizione mangiare l’ultimo pezzo di panettone avanzato da Natale, perché “San Biagio benedice la gola e il naso”, come recita un antico detto popolare. In Sicilia, a Salemi, si preparano pani votivi a forma di cavallette e gole, ricordando un miracolo del 1542 in cui il santo avrebbe liberato i campi da un’invasione devastante.
A Fiuggi, invece, la notte tra il 2 e il 3 febbraio si accendono grandi falò, le “stuzze”, in memoria di un prodigio attribuito a San Biagio che avrebbe salvato il paese facendo apparire fiamme finte sui colli per spaventare gli assedianti. A Maratea, in Basilicata, il culto raggiunge uno dei suoi vertici: qui si conservano importanti reliquie del santo, giunte via mare dopo un naufragio, custodite nella Basilica di San Biagio, uno dei luoghi simbolo della devozione italiana.
San Biagio fa anche parte dei quattordici Santi Ausiliatori, invocati nel Medioevo contro epidemie e malattie, ed è considerato patrono non solo dei malati di gola, ma anche dei cantanti, dei medici otorinolaringoiatri e di chi lavora con la voce. Non mancano infine le tradizioni culinarie: torte, pani benedetti, dolci e ricette locali accompagnano la festa in molte regioni, trasformando la devozione in un momento di condivisione.
Tra fede, leggende taumaturgiche e usanze popolari, San Biagio resta uno dei santi più “quotidiani” del calendario. Il 3 febbraio, tra benedizioni, falò e sapori della tradizione, il suo culto continua a raccontare un’Italia fatta di comunità, memoria e piccoli gesti carichi di significato.