Mostra fotografica: libere connessioni

Ci sono professori che smettono di insegnare quando vanno in pensione. E poi c’è Raimondo Poluzzi, che più che andare in pensione ha semplicemente cambiato aula. Al posto della cattedra, oggi, ci sono le fotografie. Al posto delle interrogazioni, una trentina di dittici che ti fissano e sembrano chiederti: “Allora, che ci vedi?”. Il metodo, in fondo, è rimasto lo stesso.
Sabato 31 gennaio alle ore 16, al Bar 45 Giri di Dosso, inaugura Libere connessioni, mostra fotografica personale di Poluzzi, visitabile fino al 28 febbraio. Un progetto che nasce come audiovisivo e che oggi prende forma sulle pareti: coppie di immagini affiancate, apparentemente lontane, che dialogano tra loro secondo logiche libere, ironiche, talvolta spiazzanti. Prima una fotografia, poi l’altra. Nella versione originaria c’era il tempo di mezzo, l’attesa; qui resta il cortocircuito mentale, affidato interamente allo sguardo di chi osserva.
Le connessioni non sono mai spiegate, né addomesticate. Si intuiscono, si sospettano, a volte si afferrano, altre volte sfuggono. Ed è proprio lì che Poluzzi gioca la sua partita: niente bellezza patinata, niente virtuosismi fini a se stessi. Quello che conta è l’idea, lo scarto, la sorpresa. Ironia e sarcasmo attraversano tutta la mostra come una linea sotterranea, mai urlata, mai compiaciuta.
Per chi scrive, c’è anche un dettaglio personale: Poluzzi è stato il mio professore all’ISIT Bassi-Burgatti. Dettaglio che lui probabilmente avrebbe preferito omettere, per non compromettere la propria reputazione accademica. Ma tant’è. Rivederlo oggi, alle prese con immagini che ti mettono in difficoltà invece che con logaritmi e matrici, fa sorridere: cambia il mezzo, non cambia l’approccio. Ti costringe a pensare. E se non pensi, ti senti un po’ impreparato.
Libere connessioni non è una mostra che si consuma in fretta. È una mostra che ti chiede tempo, attenzione e una certa disponibilità a perderti. Un esercizio dello sguardo, ma anche del cervello. E forse, senza saperlo, Poluzzi continua a fare esattamente quello che ha sempre fatto: insegnare. Anche se non lo ammetterà mai.