Giovani, sicurezza e parole: quando alla politica serve un passo in più

I fatti avvenuti all’autostazione di Cento sono di quelli che non possono essere ignorati. Due ragazzi che si affrontano fisicamente, altri giovani attorno che filmano la scena senza intervenire, un video che in poche ore rimbalza sui social. Un episodio grave, che chiama in causa non solo la sicurezza, ma anche il modo in cui i più giovani vivono e percepiscono lo spazio pubblico.

È una di quelle storie che, fino a qualche tempo fa, avrebbe probabilmente trovato spazio in una puntata di Radio Bugadera, il podcast che avevamo scelto di chiudere proprio per sottrarci alla spirale della reazione immediata e della polemica permanente. E invece, puntuale, la politica ha fatto quello che spesso fa meglio: trasformare un fatto complesso in una raffica di comunicati.

Fratelli d’Italia ha parlato di immagini “terrificanti”, sostenendo che non si sia trattato di una semplice “ragazzata”, ma di uno scontro che “ha dato l’impressione di un regolamento di conti prefissato tra bande”. Nel mirino del partito, soprattutto, il bilancio comunale, accusato di “ignorare la sicurezza” e di investire risorse “in un numero sproporzionato di addetti stampa” invece che in prevenzione e presidio del territorio.

Forza Italia ha richiamato il proverbio del “chiudere la stalla quando i buoi sono scappati”, sottolineando come l’episodio non possa essere liquidato come una bravata e parlando di una “scarsa attenzione alla sicurezza”, in particolare nei luoghi sensibili come la stazione e le scuole. Anche qui l’accento è posto sulla prevenzione, sui presidi e sull’estensione dei sistemi di videosorveglianza.

Un approccio diverso è arrivato da Patto per il Nord, che ha invitato a non ridurre la questione a uno scontro politico e a evitare “polemiche strumentali”. Nel comunicato si parla della necessità di un approccio “concreto e multidimensionale”, capace di coinvolgere istituzioni, forze dell’ordine, famiglie e comunità locali, coniugando prevenzione, controllo del territorio e politiche educative. Una nuova realtà politica appena entrata in scena, che meriterà di essere raccontata e approfondita con maggiore calma in un altro articolo.

Dal fronte della maggioranza, Partito Democratico, Attiva e Cento Si Cura hanno respinto quello che definiscono un “racconto distorto”, accusando il centrodestra di “alimentare paura e disinformazione”. Nei loro interventi si sottolinea come l’autostazione sia “quotidianamente presidiata dalla Polizia Locale e dai Carabinieri”, all’interno di un sistema di controlli strutturato e rafforzato negli ultimi anni. Forte anche la critica alla diffusione del video della rissa, giudicata “grave e irresponsabile”, soprattutto per l’esposizione dei minori coinvolti alla gogna mediatica.

Tutte posizioni legittime, tutte parole che intercettano sensibilità diverse. Ed è positivo che l’episodio non venga minimizzato. Forse, però, leggendo uno dopo l’altro questi comunicati, emerge un punto comune: la mancanza di uno sforzo ulteriore di approfondimento.

Si parla molto di sicurezza e di giovani, ma quasi nessuno cita dati, numeri ufficiali, studi, analisi comparative. Nessuno chiama in causa in modo esplicito chi questi fenomeni li studia e li affronta ogni giorno: psicologi, educatori, insegnanti, operatori sociali. Tutti parlano dei giovani, raramente si parte da una base condivisa che aiuti davvero a capire cosa sta succedendo.

Il rischio non è tanto quello di parlarne troppo, quanto quello di farlo di impulso, inseguendo il tempo dei social più che quello della riflessione. La sicurezza, soprattutto quando riguarda i più giovani, è una materia complessa: non è solo presidio o repressione, ma anche educazione, contesto, responsabilità collettiva.

Forse il consiglio, più che la critica, è proprio questo: rallentare di un passo. Affiancare alle prese di posizione politiche un lavoro più profondo di analisi e ascolto. Costa fatica, richiede tempo, ma è quello sforzo che permette di trasformare un fatto di cronaca in un’occasione per capire davvero.

Perché altrimenti il rischio è curioso e un po’ amaro: che la politica, nel commentare questi episodi, finisca per assomigliare a quei ragazzi che filmavano la rissa. Spettatori pronti a condividere il video sui social, ma meno pronti a fare quel passo in più per provare, davvero, a fermare lo scontro.