16 Gen Lo strano caso della Consulta di Cento
Le consulte civiche nascono con un obiettivo preciso: essere luoghi di ascolto, confronto e proposta. Spazi intermedi tra cittadini e amministrazione, pensati per raccogliere esigenze dal territorio e trasformarle in indicazioni utili per chi governa. A Cento, però, da tempo si ha la sensazione che questo modello stia cambiando natura. E quanto accaduto nelle ultime riunioni della Consulta civica Cento-Penzale sembra confermare una trasformazione che merita attenzione.
Nel corso dell’ultima seduta sono stati affrontati temi assolutamente pertinenti alla vita del centro: la sicurezza stradale in via Risorgimento, dove alcuni consultori hanno ritenuto insufficienti i dossi installati; i lavori del cosiddetto “diversivo canalazzo”; la questione degli alberi abbattuti in via Giovannina. Segnalazioni raccolte anche su impulso dei cittadini e che rientrano pienamente nello spirito originario delle consulte.
Il clima è però cambiato quando la discussione si è spostata sulla riqualificazione dell’area ex Simbianca. Un intervento già ampiamente discusso in passato, sul quale la Consulta aveva espresso un parere negativo, per sua natura consultivo e non vincolante. Durante la seduta, il neopresidente Lucio Russo ha distribuito ai presenti – stampa compresa – un documento contenente perplessità sugli interventi di bonifica dell’area. Documento che, in modo piuttosto anomalo, è stato successivamente ritirato. Un passaggio che ha comunque contribuito ad alimentare una discussione accesa e a tratti tesa.
Secondo quanto emerso nel confronto, nuova documentazione acquisita rafforzerebbe dubbi già manifestati in precedenza. Da qui la decisione, presa a maggioranza, di procedere con la redazione di un esposto da sottoporre all’autorità giudiziaria, che verrà però prima discusso nuovamente all’interno della Consulta. Una scelta formalmente legittima, ma che solleva un interrogativo di fondo: fino a che punto una Consulta civica può e deve spingersi su un terreno che appare sempre più vicino a quello dello scontro politico e amministrativo?
Un’impostazione che non è emersa solo su questo tema. Già in un precedente incontro dedicato esclusivamente alla gestione della chiusura del Ponte Nuovo – convocato per affrontare disagi, viabilità alternativa e tempi del cantiere – Russo e il consultore Marco Mattarelli avevano portato il confronto su un altro piano, accusando Regione e amministrazione di non aver utilizzato risorse disponibili per il cosiddetto “terzo ponte”. Una posizione che, nel merito, può essere legittima, ma che in quella sede appariva fuori contesto. L’incontro era stato pensato per rispondere a problemi concreti e immediati legati alla chiusura del Ponte Nuovo, non per aprire un dibattito politico su progettualità diverse e non all’ordine del giorno.
È proprio questa ripetuta tendenza a spostare il baricentro del confronto che contribuisce a cambiare la percezione del ruolo della Consulta. L’ingresso di Mattarelli, figura storicamente caratterizzata da un’intensa attività politica e da un ricorso frequente allo strumento dell’esposto, sembra aver rafforzato questa deriva. Con spirito critico, va osservato che, nel corso degli anni, tali esposti non hanno prodotto risultati concreti sul piano giudiziario o amministrativo. Un dato di fatto, non una rivendicazione. Più che strumenti risolutivi, si sono rivelati spesso iniziative dal forte valore simbolico e comunicativo, utilizzate come leva di pressione politica più che come reale strumento di tutela dell’interesse pubblico.
Dopo la mancata rielezione in Consiglio comunale, la presenza di Mattarelli all’interno della Consulta appare come la prosecuzione di una battaglia politica di lungo corso, spesso indirizzata contro scelte amministrative e contro una parte dell’imprenditoria locale. Una battaglia legittima sul piano delle opinioni, ma che solleva una domanda inevitabile: è questo il ruolo che dovrebbe avere una Consulta civica?
Il problema, infatti, non è la legittimità delle posizioni espresse né il diritto di critica. Il problema è il contenitore. Quando una Consulta civica inizia a somigliare a un mini consiglio comunale, o peggio a una sede di scontro politico permanente, rischia di perdere la sua funzione originaria. Non è un caso isolato: sempre più spesso le consulte civiche si stanno svuotando del loro senso, trasformandosi in luoghi di contrapposizione più che di ascolto e progettazione condivisa.
Lo “strano caso” della Consulta di Cento non riguarda quindi i singoli temi affrontati, ma la traiettoria che sembra delinearsi. Se questi organismi diventano il terreno su cui continuare battaglie politiche personali o irrisolte, il rischio è duplice: allontanare i cittadini comuni e sovrapporsi a ruoli che spettano ad altri organi democratici. Forse è arrivato il momento di voltare pagina e riportare le consulte alla loro funzione originaria. Perché senza ascolto e proposta, la partecipazione perde significato. E una Consulta senza partecipazione rischia di restare solo una tribuna politica in miniatura.