14 Gen Area ex Simbianca: cosa sorgerà al posto dello stabile che ha segnato Cento per 30 anni
Con l’avvio delle demolizioni, iniziate lunedì, si chiude davvero una pagina che per Cento è rimasta aperta per oltre trent’anni. L’ex Simbianca – circa 27 mila metri quadrati, tre ettari nel punto più delicato della città – è stata a lungo più di un edificio incompiuto: un ecomostro che segnava il confine tra il centro storico e i quartieri residenziali e che, di fatto, è diventato il primo biglietto da visita per chi arrivava a Cento. Camperisti, turisti, visitatori occasionali: tutti entravano in città passando davanti a quel grande vuoto urbano, simbolo di un’occasione mancata e di una ferita mai rimarginata.
Oggi quel vuoto sta finalmente scomparendo, e non è un dettaglio. Non si tratta solo di una demolizione, ma della fine di una sospensione durata decenni. Per trent’anni si è discusso, progettato, rinviato. Ora, con le ruspe al lavoro e con l’approvazione definitiva del progetto in Consiglio comunale, Cento è chiamata a fare i conti con una trasformazione che cambierà in modo concreto la sua mappa urbana.
L’intervento nasce anche da un concambio urbanistico con il Comune, che ha permesso di sbloccare una situazione rimasta ferma per anni e di avviare un’operazione di rigenerazione complessa ma strutturata. Come ha spiegato il sindaco Edoardo Accorsi, l’obiettivo è quello di ricucire una frattura storica della città, trasformando un’area problematica in un nuovo pezzo di Cento, integrato con la vita quotidiana e non isolato dal contesto circostante.
I tre ettari dell’ex Simbianca non diventeranno dunque una semplice lottizzazione. Il progetto prevede nuove abitazioni, distribuite in edifici bassi e immersi nel verde, con soluzioni diverse – dai bilocali ai quadrilocali – pensate per famiglie, giovani coppie e per chi cerca una casa di qualità a ridosso del centro storico. Accanto alla residenza tradizionale è prevista anche una quota di senior housing, appartamenti progettati per persone anziane autosufficienti, con spazi comuni e servizi condivisi che favoriscono autonomia e socialità. Una scelta che intercetta un bisogno reale e crescente, spesso ignorato nei grandi interventi urbanistici.
All’interno del comparto troverà spazio anche una struttura sanitaria, con funzioni assistenziali e poliambulatoriali, pensata come servizio di prossimità per il centro storico e i quartieri limitrofi. Sono inoltre previste superfici destinate a piccole attività commerciali e uffici, con l’intento dichiarato di evitare l’effetto “quartiere dormitorio” e garantire una presenza viva durante tutta la giornata.

Il cuore dell’intervento resta però lo spazio pubblico. È previsto un grande parco urbano, con percorsi pedonali, zone d’ombra, aree per il gioco e la sosta. Il progetto prevede la messa a dimora di oltre cento nuovi alberi e un aumento significativo della permeabilità del suolo, un elemento non secondario dal punto di vista ambientale e della gestione delle acque piovane. I percorsi ciclopedonali collegheranno direttamente l’area con le scuole di via Galvani, il centro storico e la ciclovia del Reno, rendendo più semplice e sicuro muoversi senza automobile.
Sul fronte della viabilità, l’intervento comprende la realizzazione di una nuova rotatoria tra via I Maggio, via Marescalca e via IV Novembre, ridisegnata per migliorare sicurezza e fluidità del traffico. È previsto anche il mantenimento, per quanto possibile, del parcheggio di piazzale Bonzagni, insieme alla riqualificazione di marciapiedi e attraversamenti pedonali per migliorare l’accessibilità complessiva dell’area.
C’è infine una scelta dal forte valore simbolico: l’edificio d’angolo con la storica scritta “Simbianca” non verrà abbattuto, ma recuperato e trasformato in una struttura ricettiva. Una decisione che evita la cancellazione totale della memoria del luogo e prova a trasformare un segno del passato in una nuova funzione urbana. Non nostalgia, ma consapevolezza che una città cresce anche quando riesce a rileggere i propri errori.
La demolizione dell’ex Simbianca segna quindi un passaggio storico. Non perché ogni progetto sia immune da criticità, ma perché dopo trent’anni Cento smette di convivere con uno dei suoi simboli peggiori. Da oggi non c’è più l’alibi dell’attesa. C’è una responsabilità collettiva: fare in modo che questi 27 mila metri quadrati, per troppo tempo sinonimo di degrado, diventino davvero un luogo capace di migliorare la città. Perché un ecomostro può raccontare un fallimento, ma la sua trasformazione può diventare il segno di una comunità che, finalmente, ha deciso di voltare pagina.