11 Dic Le consulte hanno ancora senso?
La scintilla, questa volta, arriva dalle dimissioni di un consultore di Corporeno. Un gesto che richiama l’attenzione su una frattura interna alla consulta, ma che soprattutto riporta prepotentemente al centro un tema antico, logoro e mai davvero risolto: le consulte civiche hanno ancora senso?
Il punto non è la singola dimissione. Il punto è che, a memoria d’uomo, non esiste amministrazione che non abbia provato a mettere mano al regolamento delle consulte. Da decenni ogni mandato tenta la grande riforma, ogni sindaco sogna di “ridare dignità” a un organo che, per sua natura, dovrebbe essere quasi un piccolo consiglio comunale di frazione. Il primo esempio che torna alla mente è il lavoro di Flavio Tuzet, che provò a strutturare un sistema più chiaro, più forte, più riconoscibile. Eppure, eccoci ancora qui.
Ma dove si inceppa la macchina? Perché questo strumento, nato per essere il ponte tra cittadini e amministrazione, spesso finisce per diventare un’area di parcheggio delle lamentele, un URP di quartiere, un raccoglitore di segnalazioni?
La verità è che, spesso e volentieri, gli stessi membri della consulta non hanno ben chiara la sua funzione. E non per incapacità, ma per un equivoco che si trascina da tempo. Le consulte non dovrebbero essere sportelli reclami, né dovrebbero diventare la cassa di risonanza del buco sulla strada o del lampione spento. Quelle sono attività proprie dell’URP o dei consiglieri comunali, non di un organo consultivo.
Una consulta dovrebbe essere altro, molto altro. Dovrebbe sì ascoltare la propria comunità, ma poi riportare quei problemi dentro un contesto più ampio, valutare le priorità, ragionare sulle progettualità del Comune, confrontarsi sui piani futuri. Dovrebbe essere un luogo in cui si studia, si analizza, si comprende come funziona la macchina amministrativa. Un lavoro che assomiglia più a quello di un consigliere comunale che a quello di un segnalatore seriale di disagi.
Eppure non funziona così. E probabilmente non funzionerà mai così finché il ruolo viene percepito unicamente come un titolo da appendere alla propria bacheca personale. La visibilità è limitata, il potere effettivo è contenuto, e quando non si ottengono risultati immediati — magari su una strada o un piccolo intervento richiesto dalla frazione — arriva la frustrazione. E con la frustrazione, le dimissioni.
C’è poi un altro tema, quello politico. Le consulte sono diventate negli anni un piccolo vivaio: chi ci entra con un po’ di entusiasmo spesso finisce candidato in una lista civica o vicino a un partito. Non c’è nulla di male, sia chiaro. Ma questo trasforma un organo che dovrebbe essere neutro, tecnico, comunitario, in un terreno di scaramucce, ripicche, gelosie, micro-scontri di potere. E il risultato è prevedibile: litigi, abbandoni, accuse incrociate. La consulta di Corporeno, a quanto pare, non fa eccezione.
E allora la domanda torna inevitabile: ha ancora senso, nel 2025, un organo di partecipazione che raccoglie quasi esclusivamente segnalazioni e che non riesce ad avere un ruolo determinante? Anche perché oggi il problema non sono solo le dimissioni. Il problema è che i sostituti non si trovano più. Le consulte si svuotano. I territori partecipano sempre meno. E quando si apre un bando, si spera che qualcuno, chiunque, abbia voglia di metterci la faccia.
Forse la risposta non è abolirle, ma trasformarle. Non più consulte di frazione, ma consulte tematiche. Gruppi di cittadini competenti, appassionati, tecnici, che lavorano su sicurezza, sport, cultura, viabilità, ambiente. Persone che mettono sul tavolo esperienza reale, che dialogano con gli assessorati, che costruiscono pareri approfonditi e non si limitano a segnalare problemi, ma contribuiscono a progettare soluzioni.
Immaginare una partecipazione basata su competenze, e non su territori, potrebbe davvero avere un impatto. Potrebbe riportare entusiasmo, generare contributi utili, evitare sovrapposizioni con l’URP e alleggerire la politica da una parte del lavoro di filtro.
Come sottolinea il vicesindaco Vito Salatiello, che interviene con una riflessione ampia e tutt’altro che di circostanza:
«Prendo atto con dispiacere, ma con rispetto, delle dimissioni di un consultore di Corporeno a causa di divergenze interne su organizzazione e ruolo della consulta civica. Prendendone atto, credo anche si debba rivedere l’impianto della partecipazione civica, attraverso sistemi, anche interterritoriali, capaci di focalizzarsi su singoli temi, in connessione costante con gli assessorati di riferimento, con obiettivi più chiari e raggiungibili, con un connotato di partecipazione capace di vivere l’entusiasmo di progetti realmente partecipati e con l’occasione di specializzarsi sui temi preferiti. Non da ultimo, credo siano maturi i tempi per iniziare a ragionare di organi interfrazionali, perché un disagio di Reno Centese, ad esempio, non può essere indifferente a Cento, dato che Comune e bilancio sono gli stessi».
Forse è davvero questo il punto. Cento, con le sue frazioni, le sue identità e le sue specificità, ha bisogno di strumenti nuovi. Non abolire la partecipazione, ma reinventarla. Non tirare giù le consulte, ma trasformarle in qualcosa che possa funzionare davvero.
Forse il 2025 può essere l’anno in cui smettiamo di chiederci se le consulte civiche abbiano senso, e iniziamo finalmente a dar loro un senso nuovo.